mercoledì 4 novembre 2009

Roma-Torino, 31 ottobre 2007 / sera, giunta a casa.




Dal treno vedevo "i campi fuggire, le cortine d’alberi, le case, i cantucci" andare velocissimi, come schegge.
Il rumore era assordante, a volte si faceva quasi insopportabile nella mia testa già tanto frastornata.
Ma per quanto corresse il treno, nessuna velocità e nemmeno il rientro in città, tra le mie cose, in mezzo ai miei "volti", ai volti della gente che amo, avrebbe potuto cancellare "quelli".
Era passato un mese, interamente vissuto dentro l’archivio dell’ex-manicomio.
Se è vero che "Ne quidem idem eris. Omnis dies, omnis hora te mutat", ciò non era mai stato per me tanto tangibile. Tu avevi all’incirca la mia età quando hai scritto che nulla al mondo ti era ancora passato attraverso lo spirito, tanto da proiettarsi in radiografia al tuo cospetto nella sua struttura costitutiva.
Io credo che per me proprio così sia stata questa esperienza.
Ed è terribile e sinistro nel contempo pensare che coincida proprio con il disvelamento di uno dei momenti di più bassa aberrazione della storia.
Forse è proprio perché ciò che ho tenuto tra le mani non fa altro che risalire quella secolare e gelida corrente che mescola il raziocinio all’alienazione ed i carnefici alle loro vittime, e che in fondo costituisce il nucleo più recondito ed autentico della natura umana.
L’espulsione del debole, del diverso da sé sono tristemente da sempre il cemento più potente nell’edificazione del nucleo sociale dominante, che procede sicuro e fiero.

Carissimo fratello,
non vedendo più nessuno mi sono talmente annoiato che non trovo l’ora di scappare via essendo guarito perfettamente, perché qui bisogna stare in gamba caro fratello; perché per una mancanza che commessi con un mio collega mi fecero stare 2 giorni e mezzo mattina e sera a letto legato con la camicia di forza.

Giuseppe T.,internato nel manicomio del S.Maria della Pietà dal 1894 al 1908 perché “invertito sessuale”.

Fatti mandare giù. Non posso più stare senza vederti. Io non puoi sapere come mi sento, o saputo che ti hanno fatto la perquisizione[...]è quella suora che ti chiama la signorina e che senza raggione ti fa cose che non fa a nissuno.
Lettera indirizzata dal ricoverato Otello A.ad un altro ricoverato, 6 novembre 1932.

Soggetto sospetto di schizofrenia, si prescrive la malarioterapia tramite inoculazione di zanzare anofele.
Umberto P., ricoverato nel 1935 nel manicomio di Roma, poi trasferito a Volterra.

Sono tante le voci che risuonano dall’interno nelle mie orecchie, così tante che si sovrappongono e che non potrò metterle a tacere, mai. Voci da diari, come hai tenuto tu, così io, come la gran parte delle persone che, fin dall’affacciarsi dell’adolescenza, racchiude ogni intimità più vera e quei pensieri di più ardua comunicazione tra pagine stropicciate che sbiadiranno insieme ai ricordi.
Questi, però sono diari del terrore, qualcuno li ha chiamati "carte della follia"; quel che è certo è che sono molto più di semplici documenti storici o letterari. Sono pagine che gridano, anzi, persone che gridano, urla da un passato non così lontano, che cadono in un presente non poi così diverso, che pare aver solamente cambiato d’abito l’aguzzino.
Davanti agli occhi, invece, sempre la stessa immagine: quella di una donna, internata giovanissima, bella e piena di vita, deperire ad ogni foto estratta da una cartella successiva, fino all’ultima: poco più che uno scheletro dolente.
E non vi sembra essere risposta, né tantomeno riscatto a tutte queste fini tanto atroci, quanto lo è "l’insensatezza del male" perpetrato dall’uomo.
Forse solamente il postumo omaggio di una memoria doverosa, che funga da possente strumento per agire il presente, ed illuminarlo.

A tutti gli internati manicomiali, queste poche righe di diario, ad memoriam.

martedì 3 novembre 2009

SAKAMOTO Playing the Piano Europe - a Torino


2 novembre 2009 ore 21 - Fuori piovicchia e s'abbrivida ma dentro, tra le mura del Teatro Regio di Torino si offuscano le luci perché basta solo quella del suo ingresso e dei tasti che pigia: Ryuichi Sakamoto, in Playing the Piano Europe 2009, che per un particolare, fausto carma ha scelto proprio la mia città per la sua tappa italiana.
Un concerto "straordinario" perché fuori programma ed altrettanto "extra-ordinario" per il suo protagonista.
Lasciando agli esperti critici musicali qualsivoglia commento su note e corde, preferisco parlare di quelle che questo "piccino" uomo giapponese sa muovere dentro.
Un uomo e due piano, a specchio, uno causa e l'altro effetto della magia, uno sdoppiamento dell'anima, un invito rivolto ad ognuno a sedere idealmente sullo sgabello vuoto di fronte al maestro. A significare che le sue note sono per tutti e di tutti.
Ad implementare la suggestione della sua musica, quasi esclusivamente colori, righe e poi cerchi e poi il tutto o il nulla, in un susseguirsi variegatamente ritmato -adagio quindi furioso- ma pur sempre ineluttabile, come in fondo lo sono le umane vicessitudini, che si rincorrono in un vortice di passioni, di morti e rinascite quotidiane, le quali alla fine sembrano però convergere in un medesimo punto.
Talvolta qualche parola è caduta tra le note, ma resto dell’idea che il più completo e profondo assaggio del piccolo miracolo che si è compiuto ieri sera sia stato quello gustato ad occhi chiusi, leggermente sprofondati nella poltrona (meglio ancora sarebbe stato un lettino), poiché ogni elemento è di troppo quando si percepisce una perfezione così tangibile.
La sua musica è un'"invasione fluida" sparata dritta a perforare cento strati di pelle, una morsa che ti afferra strettissimo conducendoti dove vuole e dove vuoi, è quella coperta avvolgente che permette di rintanarti dentro te proprio in fondo ma anche una catapulta che ti spara così in alto, in giro tra i pianeti più lontani sfiorati da vicino, che ti pare impensabile ridiscendere -e nemmeno lo vorresti.
E'stato un viaggio a tratti morbido a tratti scomodo dentro e fuori dalla mia persona; mi ha provocato emozioni quasi sfinenti dettate da questa ripetuta spinta centripeta che rovistava tra quelle parti di me che sfoglio così raramente da dimenticarmi spesso di averle e poi repentinamente centrifuga verso tutto ciò a cui tendo o vorrei tendere: cose, luoghi, persone, sogni-miraggi.
L'incanto è stato infinito, non commisurato, decisamente trascendente l'hic et nunc, ed ha posto gli spettatori di fronte alla Musica, colta nella sua pura essenzialità.
Grazie Ryuichi.

P.s. Dal momento che dai miei commenti non esula mai un occhio rivolto al pubblico, riporto la "felice uscita" di una coppia di tacchini infilati dentro costosi abiti da sera mentre osservava due ragazzi in abiti "plebei" che prendevano posto in sala: "Beh, in fondo che bello che ci sia anche questa gente!". Mi chiedo se il loro minuto cervello da pennuti abbia consentito loro di provare un decimo delle emozioni sopra descritte. E’probabile però, perché Sakamoto smuoverebbe anche i tacchini.

sabato 31 ottobre 2009

Benvenuta Viola di Mare



I "consigli di visione" di Mymovies dopo una partenza da "sì" sono passati ad un grigetto e timido "ni". Allora, iniziamo smentendo subito le statistiche del pollo: Viola di mare merita un sonoro assolutamente sì, non fosse altro per l’importante testimonianza storica che porta in scena in questo 2009 italiano trasudante di allarmante omofobia. Si dovrebbe anzi proporlo nelle scuole come avverrà in America per Milk, la cui storia, a prescindere dalla critica cinematografica, dovrebbe andare a costituire -insieme a mille altre- parte del bagaglio culturale di OGNUNO, dal momento che l’ignoranza continua ad essere matrice indiscussa di violenza.
Indubbiamente, inoltre, il valore registico di questo film è notevole e le attrici sono magistrali: poetico senza scadere nel facile brivido dell'emozione preconfezionata, mescola sapientemente i profumi, i colori e i ritmi di un'isola a quelli paralleli del dipanarsi di un sentimento atipico e più brullo di quella stessa terra, rigida nelle sue "leggi-tradizioni" che sembrano resistere indifferenti a quanto tutto intorno muta e s'affacenda -natura e persone-. Ma l'istinto sa dove muoversi come l'onda ribatte e scolpisce la sua pietra, anche se si è a Favignana, anche se si è nell''800.
Quante Angele e Sare sono nate, morte e già risorte in altre, le loro storie percorrono i secoli, solo indossando altri costumi o combattendo altre battaglie. Sempre in lotta, però. Perché ciò che invece non muta sono gli "spettatori", di sala e di strada, che "da fuori" osservano e giudicano. E sempre a sfuggire è quel nesso con la natura che Donatella Maiorca ci ha dipinto così bene, la naturalità di un legame antico come il mondo.
Quegli "spettatori" che l'altroieri bruciavano, ieri internavano, oggi pestano nel mondo occidentale e lapidano in quello orientale; ma anche quegli spettatori che in sala a vederlo non ci entrano neppure, perché "le storie dei gay lasciamole ai gay" e quelli che in sala c'erano ma durante le scene di sesso parlavano per disperdere un imbarazzo che saltava quattro file di poltrone o che con i loro commenti esplicitavano di non conoscere affatto la differenza che intercorre tra l'identità di genere e l'orientamento sessuale e che confonderebbero senza dubbio il trans Natalie e la mia amica Anna, quelli che anche non odiano ma a cui "non interessa", e chi non conosce postula blaterando e rende ogni giorno un po'più povera questa già impoverità società.
Benvenuta Viola di Mare dunque, che è attuale oggi forse più di allora, ed è diretto proprio a chi se per molti versi giudicherebbe quella proposta sullo schermo una cultura "similbarbarica", non se ne discosta poi così tanto quando si tratta di sollevere la voce per dei diritti "civili" in questo nostro incivile paese.