
Dal treno vedevo "i campi fuggire, le cortine d’alberi, le case, i cantucci" andare velocissimi, come schegge.
Il rumore era assordante, a volte si faceva quasi insopportabile nella mia testa già tanto frastornata.
Ma per quanto corresse il treno, nessuna velocità e nemmeno il rientro in città, tra le mie cose, in mezzo ai miei "volti", ai volti della gente che amo, avrebbe potuto cancellare "quelli".
Era passato un mese, interamente vissuto dentro l’archivio dell’ex-manicomio.
Se è vero che "Ne quidem idem eris. Omnis dies, omnis hora te mutat", ciò non era mai stato per me tanto tangibile. Tu avevi all’incirca la mia età quando hai scritto che nulla al mondo ti era ancora passato attraverso lo spirito, tanto da proiettarsi in radiografia al tuo cospetto nella sua struttura costitutiva.
Io credo che per me proprio così sia stata questa esperienza.
Ed è terribile e sinistro nel contempo pensare che coincida proprio con il disvelamento di uno dei momenti di più bassa aberrazione della storia.
Forse è proprio perché ciò che ho tenuto tra le mani non fa altro che risalire quella secolare e gelida corrente che mescola il raziocinio all’alienazione ed i carnefici alle loro vittime, e che in fondo costituisce il nucleo più recondito ed autentico della natura umana.
L’espulsione del debole, del diverso da sé sono tristemente da sempre il cemento più potente nell’edificazione del nucleo sociale dominante, che procede sicuro e fiero.
Carissimo fratello,
non vedendo più nessuno mi sono talmente annoiato che non trovo l’ora di scappare via essendo guarito perfettamente, perché qui bisogna stare in gamba caro fratello; perché per una mancanza che commessi con un mio collega mi fecero stare 2 giorni e mezzo mattina e sera a letto legato con la camicia di forza.
Giuseppe T.,internato nel manicomio del S.Maria della Pietà dal 1894 al 1908 perché “invertito sessuale”.
Fatti mandare giù. Non posso più stare senza vederti. Io non puoi sapere come mi sento, o saputo che ti hanno fatto la perquisizione[...]è quella suora che ti chiama la signorina e che senza raggione ti fa cose che non fa a nissuno.
Lettera indirizzata dal ricoverato Otello A.ad un altro ricoverato, 6 novembre 1932.
Soggetto sospetto di schizofrenia, si prescrive la malarioterapia tramite inoculazione di zanzare anofele.
Umberto P., ricoverato nel 1935 nel manicomio di Roma, poi trasferito a Volterra.
Sono tante le voci che risuonano dall’interno nelle mie orecchie, così tante che si sovrappongono e che non potrò metterle a tacere, mai. Voci da diari, come hai tenuto tu, così io, come la gran parte delle persone che, fin dall’affacciarsi dell’adolescenza, racchiude ogni intimità più vera e quei pensieri di più ardua comunicazione tra pagine stropicciate che sbiadiranno insieme ai ricordi.
Questi, però sono diari del terrore, qualcuno li ha chiamati "carte della follia"; quel che è certo è che sono molto più di semplici documenti storici o letterari. Sono pagine che gridano, anzi, persone che gridano, urla da un passato non così lontano, che cadono in un presente non poi così diverso, che pare aver solamente cambiato d’abito l’aguzzino.
Davanti agli occhi, invece, sempre la stessa immagine: quella di una donna, internata giovanissima, bella e piena di vita, deperire ad ogni foto estratta da una cartella successiva, fino all’ultima: poco più che uno scheletro dolente.
E non vi sembra essere risposta, né tantomeno riscatto a tutte queste fini tanto atroci, quanto lo è "l’insensatezza del male" perpetrato dall’uomo.
Forse solamente il postumo omaggio di una memoria doverosa, che funga da possente strumento per agire il presente, ed illuminarlo.
A tutti gli internati manicomiali, queste poche righe di diario, ad memoriam.
